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Srinmo si è risvegliata: doniamo per il Nepal.

28 ago
Tempo di lettura: 5 min

IL Jamtrin Lhakang, tempio posato nel VII°secolo nei pressi di Kyirong per contenere i movimenti tellurici di una immensa creatura ribelle. foto: © g.freddi, 2026
IL Jamtrin Lhakang, tempio posato nel VII°secolo nei pressi di Kyirong per contenere i movimenti tellurici di una immensa creatura ribelle. foto: © g.freddi, 2026

C'è una valle, tra il Nepal e il Tibet, che ho attraversato tre volte nella mia vita. La prima nel 2004, con mio fratello, per filmare la vita delle comunità Tamang e Bhotia nel pieno della guerra civile nepalese. La seconda nel 2015, quando trascorsi l'inverno a Thuman, un piccolo villaggio Tamang-Bhotia incastonato sui fianchi del distretto di Rasuwa. La terza a giugno 2026, per raggiungere l'altipiano tibetano e, infine, il Kailash, risalendo ancora una volta fino al valico di Kyirong.

Nel 2004 risalimmo quella regione a piedi con due amici Tamang, partendo dalla valle di Kathmandu e passando per i laghi sacri di Gosainkund, fino a raggiungere la valle del Langtang, dove salimmo insieme una vetta di seimila metri: un gesto Tamang di riappropriazione del territorio, nel pieno della guerra civile che allora dilaniava il Nepal. Ne nacque un documentario — oggi visibile su YouTube — che voleva raccontare la sofferenza e la resilienza di quel popolo.

Undici anni dopo, il 25 aprile 2015, un terremoto di magnitudo 7.8 devastò il Nepal, causando quasi novemila morti: a Rasuwa, dove avevo appena trascorso l'inverno a Thuman, la distruzione fu pressoché totale, con il 95% degli edifici crollati — due mesi dopo la mia partenza da quel villaggio. La stessa scossa innescò una valanga che seppellì il villaggio di Langtang, proprio la valle che avevamo risalito undici anni prima: morirono più di duecento persone, tra abitanti e trekker stranieri.

Tre mesi dopo la mia terza traversata, nel giugno 2026, verso l'altipiano tibetano e il Kailash, passando proprio da Kyirong, non è stata la terra a cedere, né un semplice distacco di ghiaccio: a cedere è stata la morena di un grande lago glaciale a quota 4.500 metri. Il caldo aveva sciolto ghiaccio a monte, il lago era cresciuto di volume e di pressione, e il permafrost che per secoli aveva tenuto incollati massi e detriti della morena si stava a sua volta sciogliendo. Una catastrofe annunciata da oltre vent'anni di studi: nella sola regione di Kyirong ci sono molti altri laghi glaciali nati dal cambiamento climatico e a grande rischio. In Nepal, dove si teme che alcuni di questi bacini possano un giorno riversare la propria massa d'acqua fino in India, si è intervenuti abbassando artificialmente il livello di alcuni dei laghi più pericolosi; sul versante tibetano cinese, dove il rischio grava soprattutto sui Paesi a valle, non risulta che si sia fatto altrettanto. Quando la morena ha ceduto, acqua e detriti hanno travolto in pochi minuti ponti, villaggi, centrali idroelettriche lungo il Trishuli e il Bhote Koshi e l'immenso edificio doganale in cemento armato, quello travolto da un'immensa onda (tristemente visibile in video che circolano sui social), il monumento del moderno impero cinese dove tutti dovevano mostrare alle autorità cinesi permessi e passaporti. Questo luogo di imperium oggi non c'è più.


Il corpo supino

Nella geografia sacra del Tibet antico, prima ancora che il buddhismo vi mettesse radici salde, il territorio stesso veniva letto come il corpo di una demonessa supina, Srinmo, distesa sotto l'Himalaya e l'altopiano tibetano (non a caso luogo di percussione tra il subcontinente indiano e quello eurasiatico). Secondo la tradizione che si consolida attorno al re Songtsen Gampo, nel VII secolo, quel corpo ostile andava sottomesso costruendo templi nei punti vitali: sul cuore, alle articolazioni, sulle mani e sui piedi, fino ai margini più remoti del suo corpo. Non è un mito che chiede di essere creduto alla lettera. È un modo — uno dei modi più antichi che il Tibet si sia dato — per pensare la propria terra come qualcosa di vivo, instabile, mai definitivamente pacificato: una potenza tellurica che i templi contengono, ma non annullano.

La demone SRINMO, foto che ho scattato in un tempio tibetano quest'anno . © g.freddi, 2026
La demone SRINMO, foto che ho scattato in un tempio tibetano quest'anno . © g.freddi, 2026

Le valli di confine, come quella di Kyirong e Rasuwa, si trovano esattamente lì: agli arti di quel corpo mitico (Kyirong è sul ginocchio destro), dove la presa dei templi si fa più incerta e la terra torna a manifestare la propria natura selvaggia. Non è un caso che proprio queste terre di frontiera — sospese tra due mondi, due lingue, due imperi religiosi — siano da sempre tra le più esposte: ai terremoti che nascono dallo scontro delle placche indiana ed eurasiatica, alle frane, ai laghi glaciali che un giorno cedono senza preavviso. Srinmo, in un certo senso, non ha mai smesso di respirare sotto quei sentieri.


Camminare tre volte sullo stesso corpo

Ho ripensato a Thuman guardando le immagini di Timure e Syabrubesi sommerse, i camion e le case trascinati dall'acqua, gli sfollati di Haku ammassati nei campi provvisori. E ho ripensato al valico di Kyirong, dove tre mesi prima avevo semplicemente mostrato un passaporto e proseguito verso il Drolma La, ignaro che quella stessa gola sarebbe stata la porta da cui sarebbe arrivata la piena.

E ho ripensato, ancora più indietro, ai villaggi ai piedi del seimila salito nel 2004 con i ragazzi Tamang sfuggiti alla coscrizione, e a quanto sembrino lontani oggi — sepolti undici anni fa sotto una valanga di neve e roccia. Forse è anche per questo che ho sempre sentito quella valle come un corpo esposto, capace di manifestare la propria sofferenza in più di un linguaggio: quello politico, quello tellurico, quello glaciale.

Oggi mi resta la sensazione, molto concreta, di aver semplicemente posato i piedi su un corpo che non ha mai smesso di essere vivo, e quindi vulnerabile. Camminare in Mindtrek, per come lo intendo, significa proprio questo: non attraversare un paesaggio come sfondo, ma riconoscerlo come presenza che ci ospita e che, a volte, soffre. Il lutto di quelle valli non è metafora lontana. È la terra sotto i piedi di chi la cammina riconoscendola e rispettandola. Di chi ne coglie la sacralità.


Chi è già lì, da prima

C'è un'organizzazione che a Rasuwa non è arrivata con il terremoto del 2015 e non se n'è andata dopo: ASIA Onlus, presente in Nepal dal 1996, è stata tra le prime a raggiungere questo distretto quando la distruzione era pressoché totale, distribuendo lamiere e materiali per i rifugi temporanei a quasi dodicimila persone. Negli anni successivi ha ricostruito da zero quattro scuole — a Yarsa e a Saramthali — in un distretto che ha uno dei tassi di alfabetizzazione più bassi del Nepal, e dove l'abbandono scolastico apre la strada al traffico di minori. Ha realizzato mappature del rischio frane con l'Università di Milano-Bicocca. E, in mezzo a tutto questo, ha portato aiuti fino a Thuman — lo stesso villaggio da cui ero uscito due mesi prima del sisma.

Oggi, dopo l'alluvione del 26 agosto, ASIA ha riaperto una raccolta fondi dedicata proprio a Rasuwa e ai distretti colpiti: Emergenza Nepal (dona.asia-ngo.org/emergenzanepal). Non è la prima volta che lo fa per questa valle, e temo non sarà l'ultima: è una terra di confine, geologicamente e simbolicamente instabile, che ha bisogno di una presenza costante — non solo nei momenti in cui il mondo la guarda.

Se qualcosa di quel corpo antico, disteso sotto le montagne che ho attraversato tre volte, chiede ancora di essere onorato, credo che il gesto più semplice e meno esoterico che possiamo fare sia proprio questo: sostenere chi da trent'anni continua a rialzare scuole, rifugi, argini, ogni volta che Srinmo si muove di nuovo.

Guido Freddi-Poswick, Orca Himalayana

 
 
 

1 commento


AGGIORNAMENTO: Quello che i media ripetono, e quello che le immagini mostrano


La versione che sta circolando su quasi tutte le testate internazionali è lineare: un crollo di ghiaccio e roccia sul versante nord del Langtang Lirung — la cui parete nord ricade interamente in territorio nepalese — avrebbe sbarrato il corso del Lhende Khola, formando un lago temporaneo che poi si è aperto in un'unica, devastante ondata verso il valico di Rasuwagadhi. L'USGS ha corretto la propria prima lettura: non un terremoto separato, ma il segnale sismico generato dal crollo stesso, riclassificato da 4,4 a un evento franoso di magnitudo 5,2.


Fin qui, i dati sismici reggono. Ma la direzione dell'acqua, per come l'ho vista nei filmati, no.


Nei…


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©2020, Guido Freddi. 

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