Quando muore un albero, non muore la foresta
Una lettura di "When the Forest Breathes" di Suzanne Simard, e un pensiero per gli Achuar

¡Resiste, espíritu Arútam; resistan, árboles Samaúma;
resistan, Achuar y pueblos de la Pachamama!
C'è un momento, leggendo When the Forest Breathes, in cui la scienza smette di essere descrizione e diventa quasi liturgia. Suzanne Simard — la ricercatrice che vent'anni fa ci ha insegnato a vedere le foreste come reti di comunicazione sotterranea, non come somme di alberi isolati — torna con un libro che non parla più solo di come gli alberi si parlano, ma di come la foresta muore per rinnovarsi. Un fungo che scompone un tronco caduto. Un albero anziano che, morendo, trasferisce la propria eredità genetica e chimica alle radici più giovani attraverso il micelio. La morte, in questo racconto, non è mai una fine: è un passaggio di consegne.
Ed è qui che il libro tocca qualcosa che riconosco, perché lo cammino da vent'anni: la morte di un individuo — per quanto centrale, per quanto "albero madre" — è solo una fine funzionale, locale, di quel singolo nodo. Non è mai una fine della rete. La rete non muore mai del tutto: si ritira, si riorganizza, e risorge — sempre diversa, mai identica a se stessa. È un ciclo che non si ripete, non un ritorno all'origine ma un continuo divenire-altro a partire da ciò che è stato.
Chi cammina con Mindtrek riconosce in questa immagine qualcosa di più di una metafora poetica. È quasi una descrizione tecnica di ciò che accade nella mente quando si smette di aggrapparsi a una forma fissa di sé. Lo Dzogchen parla da secoli di questa stessa impermanenza non nichilista: non c'è un sé che scompare nel vuoto, c'è una continuità che non ha bisogno di rimanere uguale a se stessa per essere reale. La foresta di Simard è, in questo senso, un mandala vivente: la vita centrale muore, il pattern resta, il pattern si rigenera diverso.
Una minaccia che ho conosciuto quarant'anni fa
Ed è proprio qui, nell'ultimo capitolo, che il libro compie un passo che non mi aspettavo: Simard lascia le foreste temperate del Nord America — gli abeti, i funghi, le sue valli natali — e vola in Amazzonia, su invito della Pachamama Alliance. È lì che scopre gli Achuar e la loro difesa di quella giungla straordinaria: una foresta che, a differenza delle sue, non è mai stata toccata dal disboscamento industriale, ma è minacciata da qualcosa di altrettanto radicale — l'estrazione petrolifera.
Leggendo quelle pagine, mi sono ritrovato in un territorio che ho conosciuto quarant'anni fa. Negli anni Ottanta ho attraversato quelle terre — ho incontrato gli Achuar, e anche gli Shuar, insieme ai frati cappuccini che allora combattevano al loro fianco. Già si percepiva la minaccia: le compagnie petrolifere americane e il governo ecuadoriano volevano lo stesso sottosuolo che, per Achuar e Shuar, non era una risorsa inerte da estrarre ma parte dello stesso ciclo che nutre la vita — lo stesso ciclo, in fondo, di cui parla oggi Simard. Estrarre quel petrolio non è un raccolto: è più simile all'uccisione della balena per l'ambra grigia — si toglie la vita a un corpo intero per portarne via una piccola secrezione preziosa, dimenticando che quel corpo era parte viva del ciclo che genera la stessa sostanza che si va a cercare.
È la stessa Simard, nel libro, a descrivere una situazione in cui gli Achuar sembrano avere, più o meno, il controllo del proprio territorio — un equilibrio faticosamente tenuto. Tornando oggi sulla questione, però, il quadro appare più fragile di come il libro lo lascia intendere: quel controllo non è una vittoria acquisita, ma una tregua dentro un conflitto che ora si combatte su scala molto più ampia.
Oggi quella minaccia si è fatta più grande — un piano di aste petrolifere che coinvolge decine di blocchi in territorio amazzonico, Achuar compresi — ma Achuar e Shuar, insieme alle altre nazioni della regione, stanno ancora una volta resistendo a un assalto contro la foresta che avevo visto minacciata quarant'anni fa.
Il cuore della cosa
La morte di un individuo — per quanto centrale fosse alla rete, per quanto "madre" — è solo una fine funzionale, locale: la fine di una forma, non della vita che quella forma portava. Le apparenze dell'individuo scompaiono — il tronco cade, il corpo si disfa, il nome si perde — ma ciò che quella vita ha custodito e trasmesso non scompare con lei. Continua a nutrire: come humus, come eredità, come memoria che passa di radice in radice senza mai ripetersi identica. È una vita dopo la vita che non è sopravvivenza dell'individuo, ma nutrimento di altra vita, e in questo nutrimento — mai uguale a se stesso — sta la vera, ininterrotta rinascita.
È esattamente questo che il camminare di Mindtrek allena a percepire. Non un'osservazione della natura da fuori, ma il riconoscimento — passo dopo passo, respiro dopo respiro — che l'ambiente in cui camminiamo non è uno sfondo separato da noi: è un'estensione naturale di ciò che siamo, oltre i confini del corpo e oltre l'identità che l'ego costruisce attorno a un nome e a una storia. Il bosco che attraversiamo, il fungo che scompone il legno caduto, il fiume che gli Achuar difendono come parte del proprio corpo collettivo: sono tutti nodi della stessa rete di cui anche noi, camminando, torniamo a fare parte — non come spettatori, ma come tessuto vivo che nasce, muore e rinasce insieme al resto.
Camminare in ascolto di questo, per me, non è un gesto estetico. È un modo di rimanere fedeli a una promessa fatta quarant'anni fa, in una foresta che allora sembrava già minacciata — e che oggi, ancora, lo è.
"When the Forest Breathes: Renewal and Resilience in the Natural World" di Suzanne Simard è pubblicato da Knopf (2026).





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