top of page

Il limite come libertà

Il Kailash alla luce della luna, mentre saliamo verso il Drolma-la (5630m)
Il Kailash alla luce della luna, mentre saliamo verso il Drolma-la (5630m)

Ci sono montagne, nel mondo, che nessuno scala. Non per un divieto scritto da qualche parte, non per un'impossibilità tecnica, ma perché generazioni di persone hanno scelto — e continuano a scegliere — di percorrerle attorno invece che sopra. Il Kailash, in Tibet, è la più nota: milioni di pellegrini ne hanno compiuto la kora, il giro rituale alla base, e nessuno ne ha mai raggiunto la cima. Non perché non si possa. Perché la domanda giusta, per chi la guarda, non è mai stata "come si arriva in vetta", ma "cosa significa restare ai suoi piedi".


Ho camminato quella kora un mese fa, con il freddo del Drolma La sulle mani e il fiato corto a 5.630 metri. E ho pensato più volte al Monveso di Forzo, a migliaia di chilometri di distanza e in un contesto culturale del tutto diverso — laico, non religioso, nato per altre ragioni. Eppure il gesto rispettoso rivolto alla Montagna Sacra del Piemonte è, nella sua struttura profonda, imparentato con quello del pellegrino Tibetano: non un divieto, ma una scelta. Non un togliere, ma un dare spazio.


L'obiezione più onesta


Chi si oppone al progetto lo fa spesso in buona fede, e con un argomento che merita rispetto, non liquidazione: la libertà di andare ovunque. È un valore vero. Ma è costruito su un'idea di libertà tutta spaziale — la libertà come diritto di occupare un luogo, di mettervi il piede, di poterlo raccontare come "fatto". È la libertà-prestazione, il bisogno di conquistare, dominare invece di contemplare: posso, quindi vado.


Da antropologo, prima ancora che da praticante contemplativo, mi sono convinto che questa non sia l'unica libertà disponibile, né la più interessante. Le culture che hanno sviluppato luoghi sottratti all'uso — boschi sacri, cime intoccate, soglie che si percorrono ma non si attraversano — non lo hanno fatto per impoverire la propria libertà, ma per fondarla su un'altra base: la libertà di scegliere il limite, quando la capacità di superarlo c'è già. È una libertà più difficile, perché non si esercita facendo qualcosa, ma trattenendosi dal farlo. E per questo, paradossalmente, è più libera: non dipende dalle proprie gambe o dal proprio permesso di scalata, dipende solo da una decisione interiore.


Camminare lentamente verso la stessa cosa


Da anni lavoro con la camminata lenta come pratica contemplativa — un metodo che chiamo Mindtrek, nato dall'incontro fra l'antropologia, il cammino in natura e vent'anni di pratica Dzogchen. Una delle cose che si impara camminando piano, con attenzione al respiro e al passo, è che la mente cerca sempre l'arrivo: la vetta, il traguardo, il punto in cui poter dire "ci sono stato". È un riflesso quasi automatico, non un difetto morale. Ma è anche un riflesso che si può osservare, e a volte sospendere. 


Quando si sospende, succede qualcosa di interessante: il luogo smette di essere un obiettivo e torna a essere presenza. Il Monveso, guardato da lontano — dalla cresta sopra Cogne, da un vallone della Val Soana — è già completo. Non ha bisogno di essere raggiunto per esistere pienamente, e chi lo guarda non ha bisogno di raggiungerlo per essere pienamente presente a quel momento. È un'esperienza che non toglie nulla a chi ama la montagna vera, quella fatta di fatica e conquista: la affianca, le sta accanto, non la giudica.


Un gesto che non impone, propone


Per questo penso che la Montagna Sacra non vada difesa spiegando perché la libertà di salire sia meno importante, ma mostrando che esiste un'altra libertà, altrettanto reale, che si guadagna solo rinunciando alla prima — per scelta, non per obbligo. Il Kailash lo insegna da secoli a chi lo percorre; il Monveso può insegnarlo, in piccolo e in laico, a chi sceglie di lasciarlo alla sua solitudine.


Scegliere di non salire, di sospendere il bisogno di conquista è, come ogni scelta consapevole, un gesto di libertà: non riconoscerlo è porre un limite a se stessi e alla collettività. La montagna sacra non è un monte in meno da salire. È un modo in più di stare in montagna che non nega la possibilità di salire altre vette.



 
 
 

Commenti


Modulo di iscrizione

Il modulo è stato inviato!

  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • Instagram
  • YouTube

©2020, Guido Freddi. 

bottom of page