Incendi e Regimi
- Guido Freddi-Poswick

- 31 lug
- Tempo di lettura: 3 min

Incendi: eredità di vecchi regimi e di chi oggi ne trae ingenti profitti…
Bordeaux da evacuare, 42.000 ettari già in cenere, la Spagna in stato di emergenza nazionale per la prima volta nella sua storia. E mentre i telegiornali parlano solo di "clima estremo", nessuno racconta la cosa più semplice: le foreste che stanno bruciando in queste settimane non sono ecosistemi naturali. Sono impianti industriali costruiti da due regimi autoritari per far soldi. E il conto, oggi come allora, lo paga il contribuente.
La Forêt des Landes de Gascogne, quasi un milione di ettari di pino marittimo sulla costa atlantica francese, comincia come intervento tecnico circoscritto nel 1786.
Diventa un progetto industriale di Stato con una legge voluta da Napoleone III° nel 1857: un'unica specie, scelta per il valore commerciale di resina e legname. Due secoli dopo, quella foresta-Stato è la più grande piantagione monospecifica d’Europa, ossia alberi coetanei, densi, carichi di resina infiammabile. Oggi quell'area produce per una filiera che coinvolge grandi gruppi della cellulosa (Egger, Smurfit Kappa) e cooperative come Alliance Forêts Bois. È una monocultura densa, coetanea, carica di resina infiammabile — esattamente il combustibile che un'ondata di caldo trasforma in un incendio fuori controllo. E il rischio non è internalizzato nel prezzo del legname: lo pagano gli sfollati, i vigili del fuoco, lo Stato che manda migliaia di uomini e aerei. Sono già bruciati oltre 42.000 ettari.
In Spagna la stessa grammatica di potere, sotto un'altra dittatura: il franchismo fonda l'Empresa Nacional de Celulosas de España per massimizzare la produzione industriale di legname, scegliendo pino ed eucalipto — quest'ultimo capace di rigenerarsi meglio delle piante autoctone proprio dopo l'incendio.
Oggi la Galizia conta oltre 430.000 ettari tra piantagioni pure ed eucalipteti misti, dentro un circuito che gli osservatori locali chiamano "l'industria del fuoco": pianta, brucia, incassa, ripianta. Il modello non è finito con la caduta dei regimi che lo hanno inaugurato — è sopravvissuto, privatizzato: cooperative forestali e gruppi della cellulosa oggi operano dentro la stessa logica di semplificazione ecologica per massimizzazione del profitto, solo che il soggetto che decide non è più un imperatore o un dittatore, ma un mercato che non mette in conto il rischio d'incendio come costo interno alla produzione.
Anche gli incendi che colpiscono in questi giorni la Sierra Oeste di Madrid e la provincia di Ávila raccontano una storia simile. Ciò che oggi brucia è il matorral ossia una macchia arbustiva secondaria cresciuta dopo l’abbandono delle terre, mista a piantumazioni di pino. In passato al posto del matorral c’erano terreni agricoli degradati da secoli di pascolo caprino e disboscamento. Su di essi lo Stato franchista sovrappose un programma nazionale di rimboschimento a pino: oltre 5 milioni di ettari tra il 1940 e il 2006, spesso sui pastos comunales sottratti alle comunità, generando proteste e persino incendi dolosi. Le specie mediterranee di macchia sono pirofite, ricacciano rapidamente dopo il fuoco, si ricostituiscono in una quindicina d'anni, ma dall'incontro tra una macchia resiliente e persistente da un lato e dall’altro pinete di regime che non ricacciano e bruciano in modo molto più distruttivo, nasce una dinamica di incendi frequenti e difficilmente domabili.
…e in Italia?
C'è un ultimo capitolo scritto oggi, in Italia. Nel 2024 il governo Meloni ha abolito il vincolo paesaggistico obbligatorio sul taglio di boschi e foreste — infilato dentro un decreto sui trasporti, lontano dai riflettori — per "sviluppare le potenzialità della filiera nazionale foresta-legno". È lo stesso lessico, capovolto in innocuità amministrativa, con cui Napoleone III parlava di bonifica e il franchismo di repoblación: la parola "gestione" che maschera un trasferimento di valore dal bene comune a una filiera industriale. Il Testo Unico Foreste che ne è derivato è stato bocciato da accademici come Chiarucci, Piovesan, Filibeck e Schirone per la sua "impronta produttivistica e poco attenta alla conservazione naturalistica" — un giudizio che la Corte di Giustizia UE aveva già anticipato condannando la Polonia per la stessa identica operazione retorica nella foresta vetusta di Białowieża, dove il pretesto era un parassita del legno anziché la competitività industriale, ma il meccanismo — usare il linguaggio della cura per autorizzare il prelievo — resta lo stesso.
Proprio il patrimonio boschivo maturo e strutturalmente complesso, l'opposto delle piantagioni industriali, è quello statisticamente più resistente ai grandi incendi. Allentarne le tutele nel nome della "gestione" mentre l'Italia brucia sempre di più non è un paradosso: è la stessa scelta politica di sempre, con vocabolario aggiornato. Il vero campo di battaglia non è "gestione sì o no", ma chi gestisce, con quale modello economico, e a beneficio di chi.
Guido Freddi
26 luglio 2026
---
Fonti: The Guardian, AP/ABC News, CNN, Il Post, Moncloa.com, Archivio Centrale dello Stato, Springer Nature (Bugalho et al., 2025), Corte di Giustizia dell'Unione Europea.




Commenti