Sono un riflesso che si specchia
- Guido Freddi-Poswick

- 30 apr
- Tempo di lettura: 7 min

Dalla foresta giapponese allo Shugendo: un percorso verso la non-separazione
di Guido Freddi-Poswick
Tutto è cominciato da una parola.
森林 — shinrin. Foresta, in giapponese. Due kanji affiancati: 森 (mori, bosco fitto) e 林 (hayashi, boschetto). Eppure quando si uniscono in una parola composta, non si leggono più mori-hayashi ma shin-rin. Il motivo rivela qualcosa di essenziale sul modo in cui il giapponese porta dentro di sé due lingue sovrapposte.
Ogni kanji ha due sistemi di lettura. Il kun'yomi (訓読み) è la lettura giapponese nativa — il nome che i giapponesi davano alle cose prima che arrivassero i caratteri cinesi. Il on'yomi (音読み) è la lettura sino-giapponese, l'eco approssimata della pronuncia cinese antica quando i caratteri furono importati dalla Cina tra il I e il VI secolo d.C. Quando due o più kanji si combinano in una parola composta — un jukugo (熟語) — la regola generale vuole che si usino le letture on'yomi. Come in italiano, dove radici latine e greche si fondono nei termini tecnici: non diciamo "luce-insieme" ma "fotosintesi".
Così 森 da solo è mori (kun), 林 da solo è hayashi (kun), ma insieme diventano shinrin (on+on). E 浴, bagno, che da solo si legge abiru (kun) — immergersi, essere esposto a — nell'accoppiata diventa yoku (on). Da qui: 森林浴, shinrin-yoku. Bagno di foresta.
Un cinese che legga 森林浴 la capisce perfettamente, e la pronuncerebbe sēnlín yù. Stessa grafia, stesso significato, suoni completamente diversi — la deriva di millenni di separazione linguistica su uno stesso alfabeto ideografico condiviso.
Il termine è recente. La pratica è millenaria.
Shinrin-yoku come categoria codificata nasce nel 1982, quando il Ministero dell'Agricoltura, Foreste e Pesca giapponese conia il termine come risposta a una crisi sociale ben precisa. Il Giappone è al culmine del suo miracolo economico postbellico: le città brulicano di progresso, ma sotto la superficie cresce un disagio profondo. La stessa etica del lavoro che alimenta il successo sta cominciando a uccidere. I giapponesi hanno già una parola per questo: karōshi (過労死), morte per eccesso di lavoro.
Il Ministero vede un'opportunità: usare le foreste — che coprono il 67% del territorio nazionale — come valvola di sfogo per una forza lavoro esaurita, e al tempo stesso comunicarne il valore al di là del legname. Nasce così lo shinrin-yoku istituzionale, con studi sui fitoncidi, protocolli certificati, guide specializzate, centri accreditati. La scienza conferma: stare in una foresta abbassa il cortisolo, rafforza le cellule NK del sistema immunitario, riduce la pressione arteriosa.
Ma il gesto che descrive — entrare nella foresta con lentezza, aprire i sensi, lasciare che il bosco agisca — è antico quanto la cultura giapponese stessa.
La filosofia di fondo è shintoista. Lo Shinto, la religione indigena del Giappone, riconosce la presenza di kami — spiriti divini — in ogni elemento della natura: rocce, cascate, alberi, montagne. Ogni santuario shintoista ha un goshinboku (神木), un "albero di Dio", segnato da una corda intrecciata di paglia di riso che ne indica la sacralità. Il paesaggio rurale tradizionale era organizzato intorno al chinju no mori, la foresta sacra del santuario locale. E il concetto di satoyama — la coesistenza armoniosa tra insediamento umano e natura gestita — descrive un'etica del territorio che non separa il coltivare dall'abitare spiritualmente la terra.
Per gli antichi giapponesi la foresta non era uno sfondo. Era un interlocutore.
Il problema della codificazione statale
Quando uno Stato adotta una pratica tradizionale, tende a sterilizzarla.
Il Ministero giapponese non ha "scoperto" lo shinrin-yoku — lo ha prodotto come categoria amministrativa, con obiettivi precisi e misurabili. Il risultato è utile, ma radicalmente diverso dall'originale. È la stessa operazione che Jon Kabat-Zinn compì estraendo tecniche meditative buddhiste dalla loro cornice soteriologica per inserirle in un protocollo MBSR: la Mindfulness Based Stress Reduction. Funziona parzialmente. Non è fraudolenta in senso stretto. Ma la decontestualizzazione non è neutra.
Lo shinrin-yoku certificato — con guida, cerimonia del tè finale, badge di forest therapist — è a questa pratica quello che un corso di "yoga per la schiena" è al Tantra. Il problema non è che la gente vada nei boschi. È che crede di aver ricevuto qualcosa di completo, quando ha ricevuto qualcosa di molto parziale.
Lo Shugendo: la foresta come prova
Esiste però una tradizione giapponese di rapporto con la foresta che è quasi l'opposto dello shinrin-yoku da wellness. Si chiama Shugendo (修験道) — letteralmente "la via della pratica e della verifica" — e fu bandita e perseguitata dalla fine del XIX secolo, con la Shinbutsu Bunri del 1868 che separò artificialmente shintoismo e buddhismo, distruggendo intere catene di trasmissione di un sistema che li aveva sempre intrecciati.
Fui iniziato allo Shugendo dal Maestro Yamabushi Oshino San, che ha preservato la pratica in forma clandestina attraverso i decenni di persecuzione. Lui stesso riconosce con onestà che quello che ha tramandato è in parte una ricostruzione: molti elementi si sono perduti. E aggiunge, con un pizzico di amarezza, che oggi la pratica viene adattata alla moda.
L'iniziazione dura sette giorni. Quello che segue non è un resoconto romantico.
Primo movimento: spoliazione. Si rinuncia a tutte le tecnologie — incluso l'orologio, inclusi penna e quaderno. Senza orologio si perde il tempo lineare. Senza penna e quaderno si perde la possibilità di mediare l'esperienza: non puoi più annotare, elaborare in differita, prendere distanza. Poi si purifica la mente in un monastero Soto Zen. La quiete crea le condizioni.
Secondo movimento: sconvolgimento. Il trasferimento avviene in modo rapido e totale: una guest house di un tempio shintoista in cima a un monte sacro, avvolta da una foresta straordinaria. Qui inizia la riduzione dell'iniziando a uno stato animale. Poco cibo: radici ed erbe della foresta, qualche pezzettino di pesce secco. Un vestito e scarpe di cotone bianco — il colore dei cadaveri giapponesi. Si entra già morti. Questo non è simbolismo decorativo: è una dichiarazione ontologica che libera dall'attaccamento all'identità ordinaria in modo che nessuna tecnica meditativa "confortevole" potrebbe fare in sette giorni.
Si dorme a terra su uno zabuton bassissimo, senza cuscino, senza poter asciugare gli abiti. Gli abiti rimangono bagnati. Il freddo è costante.
Terzo movimento: la foresta notturna. Sveglie nelle ore buie per camminate nella foresta al buio. Questo è forse l'elemento più radicale dal punto di vista percettivo e contemplativo. Il buio forestale notturno è un ambiente completamente diverso dal giorno: i sistemi di allerta sono attivi, l'ego diurno è parzialmente dissolto, la foresta smette di essere scenario e diventa presenza. È il contesto in cui i kami non sono più concetti ma esperienza diretta.
Silenzio, se non interpellati. Rituali in un piccolo santuario shintoista.
Quarto movimento: i tre Dewa Sanzan. La scalata delle tre montagne sacre è il cuore dell'iniziazione. Ogni ascesa rappresenta rispettivamente morte, purificazione e rinascita. Non è una metafora: è un percorso fisico con un monte reale per ogni fase. Il corpo fa il lavoro che altrimenti farebbe solo la mente. Ed è possibile solo con profondo rispetto dei kami, che obbligano a fermarsi e omaggiare il nume locale anche quando le condizioni meteo sono difficili. La foresta non ti cura: ti giudica, ti mette alla prova, ti lascia passare o no.
Tra le iniziazioni c'è la recitazione del Sutra del Cuore sotto una cascata gelata. Il sincretismo qui è bellissimo nella sua precisione: un testo Mahāyāna — la prajñāpāramitā, la vacuità — recitato in un contesto Shinto, quando il freddo dell'acqua ha già dissolto gran parte del senso del sé ordinario.
Quinto movimento: la cerimonia. L'iniziazione si chiude con una cerimonia di benedizione in uno straordinario tempio shintoista. La sua eleganza acquista tutto il peso possibile proprio grazie all'abisso che la precede. Sette giorni di spogliazione rendono la bellezza rituale quasi insostenibile. È la struttura che l'antropologo Victor Turner chiamava communitas dopo la liminality: la soglia che trasforma.
Il cosmo come maestro
Ho amato molto la presenza dei kami nelle foreste, negli stagni, sulle nevi, nei fiumiciattoli, nella pioggia.
Quelle montagne erano vive in ogni dettaglio. Vedere ogni elemento naturale come dimora di uno specifico kami è forse uno degli effetti specchio più potenti della psiche. L'intero cosmo diventa — per usare un termine Dzogchen — the ultimate Lama.
Questo è il punto dove lo Shinto e il Dzogchen si incontrano da direzioni opposte. Lo Shinto parte dal fuori: ogni fenomeno è abitato, il confine soggetto/oggetto si dissolve dall'esterno verso l'interno. Il Dzogchen parte dal riconoscimento della natura della mente e dissolve lo stesso confine dall'interno verso l'esterno. Il punto di arrivo — rigpa che non è separato dal mondo che appare — è strutturalmente identico.
Oshino San ha funzionato come il dito che indica la luna. Quella che sembra fuori e quella che sembra riflessa nel mare della psiche, fino a scoprire che non sono due cose separate.
Non sono uno "spiritualista", nel senso che non sovrappongo credenze all'esperienza. Ma quello che ho vissuto non è riducibile a psicologia proiettiva nel senso banale. Certo: i kami come categoria culturale sono una mappa, non il territorio. Ma la mappa era così precisa e così abitata che ha permesso qualcosa di reale. A un certo livello, la distinzione tra "è fuori" e "è dentro" smette semplicemente di reggere — senza che questo richieda nessuna credenza.
Una frase dal diario
Qualche anno fa, nel mio diario, a un certo punto è venuta a galla una frase. Non la cercavo. È emersa già completa, come se fosse stata pronta da tempo e aspettasse solo il momento giusto di superficie:
"Sono un riflesso che si specchia."
Grammaticalmente è quasi un paradosso: un riflesso non ha sostanza propria, eppure si specchia, compie un'azione. Ma il paradosso è esattamente il punto. Non c'è uno che si specchia e uno specchio separato. C'è solo il processo riflessivo, senza sostrato fisso.
In termini Dzogchen è una descrizione precisa di rigpa che si autoconosce. In termini Shugendo è il momento in cui il praticante smette di essere nel cosmo e riconosce di essere il cosmo che si percepisce.
Le frasi che vengono a galla hanno una qualità diversa da quelle che si costruiscono. Il diario come pratica ha qualcosa di simile allo zhinè: crei le condizioni di quiete e poi ascolti cosa sale. La penna diventa quasi uno strumento passivo.
Una nota finale sul marketing
Lo shinrin-yoku da certificazione e il turismo del benessere non sono fraudolenti. Funzionano parzialmente. La natura non ha bisogno del branding per agire su chi la attraversa.
Ma c'è una differenza fondamentale tra ricevere la foresta come ambiente terapeutico e rispondere alla foresta come interlocutore vivo. Nel primo caso sei un consumatore — anche soft, anche consapevole. Nel secondo sei in relazione. La relazione implica che l'altro possa chiederti qualcosa. Possa fermarti. Possa giudicarti.
Lo Shugendo propone esattamente questo: una foresta che ha aspettative. Un cosmo che ti osserva mentre tu lo osservi.
E forse è proprio lì — in quella reciprocità — che qualcosa di essenziale diventa possibile.
Guido è fondatore di Mindtrek, protocollo integrativo di terapia oncologica al Policlinico Gemelli di Roma, antropologo specializzato in neuroscienze e pratiche contemplative Vajrayana, e guida outdoor. Questo testo nasce da una conversazione reale, trascritta e rielaborata.




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