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Questa vita è rara. Davvero.

Perché il primo passo di ogni cammino Mindtrek inizia prima ancora di muoversi


C'è un momento, all'inizio di ogni cammino Mindtrek, che osservo con attenzione particolare. È il momento in cui i partecipanti si ritrovano fermi, prima di partire — zaino in spalla, scarponi ai piedi, il sentiero davanti. Spesso si guardano intorno con un'aria leggermente disorientata, come se stessero cercando le istruzioni per cominciare.

Quello che non sanno ancora è che quel momento di sospensione è già parte del cammino. E che la domanda più importante non è dove andremo, ma da dove partiamo davvero.

Negli anni di pratica contemplativa che stanno alla base del Mindtrek — nelle valli himalayane, nei monasteri bhutanesi, sulle creste alpine — ho incontrato più volte un'idea che nella tradizione buddhista tibetana ha un nome preciso: la vita preziosa. In tibetano si parla di libertà e vantaggi, un insieme di condizioni straordinariamente rare che, tutte insieme, rendono possibile qualcosa che di solito non notiamo nemmeno: la capacità di essere pienamente presenti, di scegliere come orientare la propria attenzione, di stare davanti alla propria esperienza senza essere travolti da essa.

L'idea non è consolatoria. Non è un invito a contare le proprie fortune. È qualcosa di più preciso e più esigente: un esercizio di riconoscimento. Un modo di smettere, per un momento, di dare per scontato ciò che non lo è affatto.

Pensa a cosa ha reso possibile essere qui, oggi, su questo sentiero.

Un corpo che cammina. Sensi che funzionano. Un pomeriggio sottratto alla routine. Un cielo sopra la testa. Una guida che conosce il percorso. Tutto questo sembra ovvio — fino a quando non lo è più. Fino a quando la malattia, la fatica, il dolore lo mettono in discussione. E allora ci si accorge che ciò che si pensava scontato era in realtà un privilegio silenzioso, quotidianamente ignorato.

Nel protocollo Mindtrek che ho sviluppato per contesti oncologici, questo riconoscimento ha una forza particolare. Le persone che camminano insieme — pazienti, familiari, medici — portano ognuna una consapevolezza acuta di quanto sia fragile la condizione di essere qui, interi, capaci di muoversi verso qualcosa. Non ho bisogno di suggerire loro che la vita è preziosa. Lo sanno già. Quello che il Mindtrek può fare è creare uno spazio in cui quella consapevolezza smette di essere solo un pensiero angoscioso e diventa una postura — un modo di appoggiarsi al sentiero, di guardare un albero, di ascoltare il proprio respiro.

Le neuroscienze hanno una parola per descrivere quello che succede quando il cervello aggiorna le sue aspettative sul mondo: errore di previsione. Quando la realtà non coincide con ciò che il cervello si aspettava, il modello interno si aggiorna. Camminare in natura, in silenzio, guidati dall'attenzione piuttosto che dal pensiero, produce esattamente questo tipo di aggiornamento — ma in una direzione che raramente esploriamo: verso la percezione di ciò che funziona, di ciò che è presente, di ciò che è ancora possibile.

Tornando a quel momento all'inizio del cammino: non lo interrompo. Lo lascio esistere. Perché in quella sospensione — in quell'attimo in cui non si è ancora partiti ma si sta già per farlo — c'è già qualcosa di prezioso. L'essere qui. Adesso. Con tutto ciò che questo comporta.

Il primo passo del Mindtrek non è un passo sulla terra. È un passo dentro la realtà di questo momento. E quel passo, come tutti i passi che seguiranno, è già abbastanza.

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©2020, Guido Freddi. 

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