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La montagna che cambia mentre la guardi

Impermanenza non è una filosofia. È quello che succede tra un passo e l'altro
Impermanenza non è una filosofia. È quello che succede tra un passo e l'altro

C'è qualcosa che accade su ogni sentiero Mindtrek e che nessuno, in genere, si aspetta: la montagna non è mai la stessa due volte. Non perché cambi fisicamente — anche se lo fa, lentamente, nel tempo geologico — ma perché ogni volta che la guardi sei tu a essere diverso. La luce è diversa. Il tuo respiro è diverso. Anche il silenzio ha una densità ogni volta sua.

Questo è il problema con l'impermanenza: la conosciamo benissimo in astratto e quasi per niente nella pratica. Sappiamo che le cose cambiano. Sappiamo che il tempo passa. Sappiamo che nulla dura. Eppure continuiamo a vivere come se il contrario fosse vero — aggrappati a come le cose erano, preoccupati per come saranno, raramente del tutto presenti a come sono adesso.

Il Mindtrek non insegna l'impermanenza. La fa attraversare.

Quando cammini in silenzio per venti, trenta, quaranta minuti, qualcosa inizia a muoversi nell'architettura del pensiero. Le grandi narrazioni — chi sei, cosa ti è successo, cosa temi, cosa speri — cominciano a perdere consistenza. Non perché spariscano, ma perché l'attenzione, dirottata sul ritmo del passo, sul suono del vento, sulla texture del terreno sotto le suole, smette di alimentarle. E allora si vede, forse per la prima volta con vera chiarezza, quanto velocemente tutto cambia: il respiro che si allunga in discesa e si accorcia in salita, il pensiero che arriva e passa, la fatica che cresce e poi si stabilizza, la luce che si sposta sui versanti nel pomeriggio.

Tutto ciò che sorge si dissolve. Tutto ciò che si accumula si esaurisce. Tutto ciò che si costruisce, prima o poi, crolla.

Queste parole vengono da una delle tradizioni contemplative più antiche del mondo, quella che ha trovato nel camminare in montagna uno dei suoi terreni privilegiati. Non le cito come dottrina — le cito perché descrivono con precisione quello che si sperimenta su ogni sentiero, che lo si voglia chiamare con un nome spirituale o semplicemente con il nome dell'esperienza diretta.

Nelle neuroscienze contemporanee, il cervello è descritto come una macchina predittiva: costruisce modelli del mondo e li usa per anticipare ciò che accadrà. Quando queste previsioni diventano troppo rigide — quando il cervello smette di aggiornarle perché la realtà è dolorosa o spaventosa o semplicemente scomoda — si installa il distress cronico. La depressione è spesso un insieme di previsioni negative ad alta precisione. L'ansia è un modello del futuro che sovrasta il presente. Il burnout è la convinzione, diventata strutturale, che le cose non cambieranno mai.

L'impermanenza, intesa non come concetto ma come esperienza vissuta, è esattamente l'antidoto a questa rigidità. Non perché prometta che le cose migliorano — non lo promette — ma perché ricorda che le cose cambiano. Sempre. Anche la sofferenza. Anche la fatica. Anche il momento più difficile del cammino, quando le gambe bruciano e il passo si fa pesante, è impermanente. E saperlo — saperlo nel corpo, non solo nella testa — modifica il modo in cui ci si rapporta a quel momento.

Ho guidato gruppi molto diversi su questi sentieri. Persone in buona salute e persone che affrontavano una malattia seria. Manager esauriti e oncologi a corto di risorse interiori. Ciò che accomuna queste esperienze è quasi sempre lo stesso: un momento — spesso inatteso — in cui il pensiero si allenta, la presa si allenta, e la realtà del cambiamento continuo smette di essere una minaccia e diventa, invece, una forma di sollievo.

Perché se tutto cambia, anche questo passa. E se questo passa, allora posso appoggiarmi al passo che sto facendo adesso — non a quello che ho già fatto, non a quello che dovrò fare — solo a questo, che è l'unico che esiste davvero.

La montagna non è mai la stessa due volte. Ma tu sei qui, adesso, a guardarla. Ed è abbastanza.

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©2020, Guido Freddi. 

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