Il predatore e il maremmano: convivenza in una geografia invisibile
- Guido Freddi-Poswick

- 8 gen
- Tempo di lettura: 4 min

C’è un momento, nelle fattorie a pascolo estensivo, in cui il giorno non finisce davvero: cambia solo linguaggio. La luce si ritira, i rumori diventano più netti, le distanze sembrano dilatarsi. È in quell’ora incerta—quando una volpe smette di essere un’idea e torna a essere un corpo in movimento—che accade qualcosa di sorprendente: la presenza di un cane non è soltanto un ostacolo fisico. È un’architettura. Un campo di forze. Una cartografia emotiva che ridisegna il comportamento dei predatori.
Un articolo scientifico pubblicato su Ecological Solutions and Evidence nel 2024 racconta esattamente questo: i cani da guardiania del bestiame (nel caso specifico, i Maremma sheepdogs) non “cancellano” necessariamente la volpe dal territorio, ma possono farle cambiare stile di vita. La parola chiave è una di quelle che sembrano poetiche e invece sono operative: landscape of fear, “paesaggio della paura”.
Non un muro, ma un clima: cosa hanno osservato i ricercatori
Lo studio si svolge nel nord-est del Victoria, in Australia, su grandi proprietà dove pecore e bovini convivono con predatori come la volpe rossa (Vulpes vulpes). Due aziende usavano cani Maremmani come guardiani; due aziende simili, senza cani, fungevano da controllo. I cani sono stati seguiti con collari GPS (posizione ogni 30 minuti) e la presenza delle volpi è stata misurata con fototrappole distribuite sul territorio.
Fin qui potrebbe sembrare l’ennesima storia di “predatori vs. allevatori”. Ma il cuore del lavoro non è la conta degli avvistamenti. È il tentativo di capire come il rischio viene percepito e tradotto in decisioni, minuto per minuto.
La prova più elegante: scavare o non scavare, questo è il dilemma
Per misurare la prudenza della volpe, gli autori hanno usato un esperimento di “foraggiamento sensibile al rischio” (giving-up density). In pratica: una buca profonda circa 30 cm, con sette colli di pollo sepolti a diverse profondità (uno ogni 5 cm). Più la volpe scava, più aumenta il costo: tempo, fatica, e soprattutto vulnerabilità—perché quando infila testa e torace nella buca, vede meno, sente meno, reagisce peggio. È una piccola trappola filosofica: quanto ti fidi del mondo, quando per ottenere qualcosa devi smettere di vigilare?
Il risultato è pulito: dove i cani venivano rilevati più spesso, le volpi recuperavano meno cibo. Non perché venissero interrotte da un assalto (gli autori notano che non ci sono casi in cui la volpe smette di scavare perché arriva il cane), ma perché la volpe “legge” il luogo come rischioso e decide di non investire.
Una convivenza tesa: le volpi restano, ma diventano caute
La scoperta più interessante, dal punto di vista ecologico e anche antropologico, è questa: le volpi non vengono espulse in modo assoluto dalle aree con cani. Sono ancora presenti “in tutto” il territorio, ma la probabilità di rilevarle cala dove i cani passano più spesso. È un’evitazione parziale, fatta di micro-scelte: tempi diversi, rotte leggermente spostate, soste più brevi.
È la differenza tra un confine politico e un confine emotivo. Il primo è una linea; il secondo è un gradiente.
Il cervello della volpe e il mestiere della vigilanza
Qui vale la pena fare un passo dentro la fisiologia della decisione. Per un mesopredatore come la volpe, il rischio non è un concetto astratto: è un calcolo incorporato nel sistema nervoso.
In un’area “calda” di cani, aumentano le richieste di vigilanza: più scanning, più pause, più attenzione ai segnali.
La vigilanza compete con l’efficienza motoria e con la finezza sensoriale necessaria alla caccia.
Lo stress acuto (e ancor più quello ripetuto) può diventare un costo biologico: non solo “paura”, ma dispendio energetico, alterazioni nella qualità del sonno, e scelte più conservative.
Gli autori collegano questo quadro alla letteratura su stress indotto dai predatori e alla logica del “paesaggio della paura”: non serve che il cane morda. Basta che potrebbe esserci.
I cani come tecnologia culturale: odori, suoni, reputazione
Da antropologo, la cosa più affascinante è che il cane da guardiania è anche un produttore di segni. Barking e marcature olfattive non sono semplici “comportamenti”: sono messaggi che si depositano nel territorio e lo rendono leggibile. Il cane è un medium ecologico.
In molte società pastorali, il cane non è solo un animale utile: è un membro della frontiera domestica, una figura liminale che parla due linguaggi—quello del gregge e quello del selvatico. Questo studio lo mostra in termini misurabili: il cane non fa soltanto sorveglianza “vicino alle pecore”, ma modifica la qualità del paesaggio anche oltre il punto in cui le pecore fisicamente stanno.
Implicazioni pratiche: meno conflitto, più biodiversità (forse)
Gli autori propongono un esito che, se confermato in altri contesti, è importante: i cani da guardiania possono favorire la coesistenza. Se il predatore resta nel territorio ma “smorza” il comportamento di caccia dove il bestiame è presente, allora diminuisce la pressione sugli allevatori e può diminuire anche la tentazione di uccidere i predatori per ritorsione. Questo è uno dei passaggi cruciali dell’articolo.
C’è di più: se la volpe (in Australia specie invasiva e altamente impattante) riduce la sua attività predatoria in certe zone, alcune prede—uccelli nidificanti a terra, piccoli mammiferi, rettili—potrebbero trovare micro-rifugi “indiretti” dentro le aree pattugliate dai cani. L’idea è potente: la protezione del bestiame come effetto collaterale di una ristrutturazione comportamentale del predatore.
Una nota di cautela (utile, non burocratica)
Questo studio è robusto, ma non è una formula universale. Avviene su grandi proprietà, con densità relativamente bassa di cani, e con un contesto di controllo letale dei predatori nelle aree circostanti. Inoltre, riguarda in modo specifico la volpe rossa. Non possiamo automaticamente tradurre questi risultati su lupo, orso, sciacallo o altri sistemi socio-ecologici—dove cambiano sia le ecologie sia le politiche locali.
Conclusione: la gestione del conflitto come arte del comportamento
Se c’è una lezione che questo lavoro consegna, è quasi controintuitiva: ridurre il conflitto uomo-fauna non significa sempre eliminare o escludere. A volte significa intervenire sul livello più fine—quello delle decisioni, della percezione del rischio, del tempo speso a scavare una buca.
Il cane da guardiania, in questa prospettiva, non è un’arma. È un regolatore di comportamento. Una presenza che “organizza” il territorio attraverso segnali, abitudini, reputazioni. E la volpe—che spesso immaginiamo come astuta e libera—ci ricorda che anche l’astuzia ha un prezzo: vivere in un mondo dove la paura è distribuita nello spazio significa cacciare meno, rischiare meno, e talvolta rinunciare.
Una geopolitica silenziosa, scritta con zampe, odori e scelte minime.









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