Dente di Cane (una vecchia fiaba himalayana)
- Guido Freddi-Poswick

- 31 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min

«Un uomo stava per intraprendere un pellegrinaggio per vedere alcune reliquie del Buddha; sua madre anziana, molto devota, gli chiese di riportarle uno dei denti del Buddha. L’uomo promise, e poi se ne dimenticò subito. Mentre tornava a casa dal pellegrinaggio, si ricordò della promessa riguardo al dente del Buddha. Che fare? Trovò in fretta un vecchio dente di cane e lo avvolse nella seta. Quando arrivò a casa, diede il dente di cane a sua madre, dicendole che era il dente del Buddha. Sua madre, felicissima, pose il dente sul suo altare e cominciò a fare prostrazioni davanti a esso. Con grande stupore dell’uomo, il dente cominciò a emanare luce, proprio come farebbe una reliquia autentica. La profonda fede della donna aveva reso possibile questo evento miracoloso.»
Il dente del cane che brilla è una di quelle immagini che ti restano addosso come l’odore della resina sui polpastrelli: semplice, concreta, eppure capace di aprire un varco. L’uomo che dimentica, la madre che crede, l’oggetto comune che si accende. Più che una favola sull’inganno, è una lente su come la mente umana trasforma il mondo quando lo investe di senso.
Dal punto di vista della psicologia vajrayana, la scena non sorprende. La devozione non è credulità, è una tecnologia dell’attenzione: orienta lo sguardo verso le qualità risvegliate e le “vede” nel supporto che si offre alla pratica. Le apparenze non sono entità rigide, ma campi di relazione; la madre non adora l’avorio di un molare, riconosce—con la forza di bodhicitta—la presenza del risveglio in ciò che tocca. È il principio della “pura visione”: non si tratta di confondere il dente di cane con una reliquia, bensì di addestrare la mente a vedere la possibilità del risveglio anche nell’ordinario. In questo senso il figlio ha torto e la madre ragione: la verità della pratica è performativa, nasce da ciò che si fa con il cuore e con il corpo, non dalla certificazione di laboratorio.
Se spostiamo l’inquadratura sulla psicologia occidentale, il racconto diventa un piccolo trattato di “meaning response”, la risposta al significato. Le aspettative modellano percezioni ed emozioni; il contesto rituale stabilizza l’attenzione; la relazione di fiducia—la madre e il figlio—fornisce il senso di sicurezza di base. Chiamiamolo placebo se vogliamo, ma placebo è un nome povero per un fenomeno ricco: narrazioni, gesti e legami che, organizzati bene, migliorano dolore, umore e motivazione. La luce che la madre “vede” non è un errore ottico: è l’emergere di coerenza tra ciò che pensa, sente e fa. La mente, quando allinea i suoi livelli, produce un’esperienza più integra.
L’antropologia culturale riconosce qui un vecchio amico: l’efficacia simbolica. Le culture non si limitano a descrivere il mondo, lo attivano. Oggetti, reliquie, altari, ma anche fotografie, bandiere, scarponi consumati: diventano serbatoi di energia sociale perché abilitano forme di coordinamento. La madre non pratica sola; si collega a una catena di gesti e parole ripetute da generazioni. Il dente—vero o presunto—entra in una trama di scambi: dono del figlio, riconoscimento della madre, restituzione al mondo sotto forma di preghiera. Nell’“as if” del rito, ciò che è “come se fosse” diventa, per il gruppo che lo pratica, “così è”. È il modo in cui una comunità genera realtà condivisa senza bisogno di sovrastrutture retoriche.
La neurofisiologia, infine, ci offre la mappa delle leve. L’aspettativa accende i circuiti di valutazione nel cervello frontale e rende salienti gli indizi coerenti con il significato scelto; la devozione, con il suo ritmo di prostrazioni e respiri lunghi, sposta l’equilibrio del sistema autonomo verso la calma, abbassa la reattività allo stress, rende più facile percepire calore e sicurezza. La relazione fiduciosa rilascia ormoni sociali che ammorbidiscono il brusio dell’autocoscienza e rendono più limpida l’esperienza. Attenzione e arousal modulano addirittura il modo in cui il campo visivo appare: a volte, nelle pratiche ben stabilizzate, una qualità di “luminosità” soggettiva sorge come sottoprodotto naturale. Non c’è magia in questo, ma non c’è nemmeno riduzionismo: c’è un organismo che impara a produrre condizioni di benessere attraverso significato, relazione e ritmo.
Il Realismo Metacognitivo ci aiuta a tenere insieme queste letture senza farle collidere. Non dice che “tutto è nella testa” né che “tutto è là fuori” inerte e indipendente: dice che viviamo in modelli che il corpo-mente aggiorna continuamente, e che la qualità di questi modelli si misura dalla loro capacità di generare coerenza, ridurre attrito, aumentare la disponibilità alla cura. Nel nostro racconto, il dente brilla quando la madre abita un modello in cui devozione, gesto e mondo si rinforzano a vicenda. Il figlio, con il suo piccolo trucco, abita un modello povero che separa ciò che è vero da ciò che funziona per il bene; è per questo che si stupisce. La lezione non è “inganna chi ami” ma “scegli con responsabilità i simboli che ti abitano, perché costruiranno il tuo modo di vedere e di agire”.
E il Mindtrek, che cosa se ne fa di un dente luminoso? Anzitutto, una conferma: camminare è già un rito. Il passo ha una metronomia che educa il sistema nervoso, il paesaggio consegna simboli sobri e potenti, il gruppo offre una cornice di sicurezza. Se sappiamo dichiarare un’intenzione chiara, etica e non egocentrica, gli stessi meccanismi descritti sopra si orientano verso l’apertura: il sollievo che trovo in quota non è un trofeo privato, è carburante per relazioni più giuste giù a valle. Possiamo scegliere un oggetto semplice che accompagni la traversata—una pietra del torrente, un filo colorato—come promemoria condiviso; possiamo chiudere ogni giornata con una dedica del bene percepito, senza enfasi mistica ma con precisione: che la calma di oggi migliori la nostra capacità di aiutarci domani. Possiamo raccontare in poche righe ciò che ha funzionato, perché la narrazione sedimenta il significato e rende replicabile l’esperienza. E possiamo, se vogliamo, misurare con discrezione gli effetti—umore, sonno, senso di connessione—non per imbrigliare la poesia, ma per imparare a prendercene cura.
Alla fine resta un’immagine semplice: una madre che si inchina davanti a un piccolo dente e vede luce. Camminando, capita qualcosa di simile quando un tratto di sentiero, un odore di bosco, una frase scambiata con uno sconosciuto si accendono e, per un attimo, il mondo è più vero. Non serve crederci alla cieca; serve coltivare le condizioni perché questo accada e poi, con naturalezza, lasciare che quella luce non si fermi alla nostra pelle. Nel Mindtrek la chiamiamo responsabilità del passo: ciò che mi fa bene in cammino, lo rimetto in circolo. È così che un dente qualunque—o un giorno qualunque tra le montagne—diventa, senza inganno, un piccolo reliquiario del bene comune.









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