In memoria di Edgar Morin
- Guido Freddi-Poswick

- 4 giorni fa
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Il paradigma perduto e la natura umana ritrovata sul sentiero
Con la morte di Edgar Morin scompare uno degli ultimi grandi pensatori capaci di guardare l’essere umano senza mutilarlo.
Non l’uomo ridotto a macchina biologica. Non l’uomo dissolto nella cultura. Non l’uomo separato dall’animale, dalla Terra, dal corpo, dalla morte, dal mito, dalla tecnica, dalla coscienza.
Morin ha passato la vita a combattere una delle malattie più sottili del pensiero moderno: la separazione. Separare il biologico dal culturale, il corpo dalla mente, l’individuo dalla specie, la ragione dal mito, la scienza dalla vita. In Il paradigma perduto. Che cos’è la natura umana, il suo gesto è ancora oggi radicale: cercare l’uomo non sopra la natura, ma dentro la natura; non come eccezione assoluta, ma come emergenza fragile, complessa, contraddittoria del vivente.
Per Morin, la natura umana non è una sostanza semplice. È un nodo. È sapiens e demens. È biologica e simbolica. È animale e culturale. È razionale, ma anche delirante, poetica, mortale, desiderante.
Rileggendo oggi Il paradigma perduto, mi colpisce quanto questo libro parli direttamente al lavoro che sto cercando di sviluppare con Mindtrek.
Nei miei ultimi scritti ho cercato di descrivere il sentiero di montagna come un laboratorio fenomenologico: un luogo in cui il corpo, il paesaggio, il respiro, la percezione e il racconto di sé non sono più oggetti separati, ma aspetti di un unico campo vivente. In Walking in a Delayed World, Mindtrek viene collocato tra enattivismo, fenomenologia e realismo metacognitivo: non come semplice “camminare nella natura”, ma come metodo per osservare come mondo, corpo e coscienza si co-costruiscono mentre camminiamo. Il testo formula la domanda centrale così: dato che tutto ciò che incontriamo appare nell’esperienza, come si organizzano entro questa esperienza i pattern che chiamiamo “cervello”, “mondo” e “sé”, e come si riorganizzano quando camminiamo?
Su questo sentiero che attraversa la natura esperita, ho rincontrato Morin (vecchia passione incompresa di quando ero studente) arrivato molto prima me al "rifugio". Questo luogo della mente che offre un panorama vasto e complesso, è lo stesso perché Il paradigma perduto rifiuta precisamente l’idea che l’umano possa essere compreso da una sola prospettiva. L’ uomo non è soltanto cervello, non è soltanto cultura, non è soltanto organismo, non è soltanto linguaggio. È una soglia mobile tra ordini diversi del reale, è l'insieme di tutti gli elementi che compongono il panorama.
Il cammino rende visibile questa soglia.
Sul sentiero non siamo mai “menti” che trasportano un corpo. Siamo organismi che respirano, sudano, inciampano, anticipano, ricordano, temono, immaginano. La percezione stessa non è una finestra neutra sul mondo: è ritardata, predittiva, ricomposta. Nei miei appunti sul Mindtrek, la coscienza appare come sempre leggermente in ritardo rispetto alla vita che il corpo sta già negoziando, salvo poi essere la forza creatrice che permette il manifestarsi del mondo. Il corpo sa prima che l’io racconti, ma il racconto si scrive sulle pagine della coscienza. Il piede corregge prima che il pensiero dica “attenzione”, ma la coscienza è già lì prima della correzione. Il sé narrativo arriva dopo, cucendo una storia su dati già trasformati, ma esistenti già nello spazio profondo della coscienza.
Forse il Mindtrek, nella sua non verbalizzabile semplicità, è anche una forma concreta di pensiero complesso? sarebbe stato un sogno poterlo chiedere proprio a Morin. In ogni caso non è una teoria astratta, ma un’antropologia in cammino. L’umano non come centro sovrano, ma come sistema aperto, ecologico, corporeo, simbolico, fragile.
Anche il mio lavoro più recente sul corpo va in questa direzione. In Walking Through the Body, il camminare viene descritto non solo come locomozione, ma come idrodinamica interna: ogni passo comprime e rilascia tessuti, vene, vasi linfatici, spazi interstiziali; il diaframma accompagna il movimento con un secondo ritmo, più profondo, modificando pressioni toraciche e addominali. Il corpo umano non è una struttura asciutta attraversata da fluidi: è un paesaggio saturo, mobile, poroso, continuamente riorganizzato dal movimento.
Questa immagine mi sembra profondamente influenzata da Morin, decadi dopo averne studiato i testi, averli dimenticati e averli inconsciamente metabolizzati. L’essere umano non è un oggetto chiuso. È una meteorologia, direbbe il grande antropologo. È un campo di scambi. È carne, acqua, respiro, linguaggio, memoria, paura, immaginazione.
E poi c’è la questione del confine.
Nel secondo paper Mindtrek (ancora da pubblicare), la domanda diventa ancora più radicale: da dove viene il confine tra sé e mondo? Da dove nasce quella contrazione primordiale per cui il campo aperto dell’esperienza comincia a sentirsi rinchiuso in un punto? Lì propongo la relazione tra dasein e gnosein, tra esserci e conoscere, non come due sostanze separate, ma come due registri co-emergenti dell’esperienza. Il problema non è la distinzione; il problema è quando la distinzione si irrigidisce, quando il respiro trattenuto diventa un muro.
Anche qui Morin resta vicino. Il paradigma perduto è, in fondo, un libro contro i muri: contro il muro tra natura e cultura, tra animale e umano, tra scienza e filosofia, tra ragione e immaginazione. Morin non cerca una sintesi facile. Non dice che tutto è uno in modo ingenuo. Dice qualcosa di più difficile: che l’umano è fatto di contraddizioni inseparabili, e che solo un pensiero capace di restare dentro questa complessità può ancora dire qualcosa di vero.
Forse per questo la sua opera non è soltanto teorica. È etica.
In un’epoca che semplifica, Morin ha insegnato a non semplificare. In un’epoca che separa, ha insegnato a collegare. In un’epoca che riduce l’uomo a funzione, prestazione, identità o algoritmo, ha ricordato che l’essere umano resta un vivente enigmatico: biologico e poetico, razionale e fragile, terrestre e immaginante.
In memoria di Edgar Morin, allora, non basta dire grazie a un grande intellettuale. Bisogna forse raccogliere il suo metodo più profondo: continuare a pensare l’uomo senza amputarlo.
E forse, per farlo, bisogna anche tornare a camminare.
Perché sul sentiero l’umano riappare nella sua forma elementare e complessa: un corpo che respira, una coscienza che interpreta, un animale simbolico che attraversa il mondo cercando di ricordare che non ne è separato.
Morin ha chiamato “perduto” il paradigma capace di comprendere questa natura umana intera.
Noi possiamo forse cercarlo ancora.
Passo dopo passo.




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